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sync image by Chris Veight

Un applicazione per smartphone intelligente ha dei dati salvati in modo da poterli usare anche da altri dispositivi: l'esempio più facile è un blocco note che viene usato dall'app sul telefono ma anche da computer e da tablet.

L'approccio più tipico e facile è di avere un server centrale di proprietà di chi sviluppa e rende disponibile l'applicazione al quale si collegano tutti i dispositivi in modo da tenere aggiornati i dati. Si tratta della soluzione più facile per l'utente che deve solamente avere un account che poi imposta sui vari dispositivi per trovare tutti i suoi dati su tutti i dispositivi.

Una seconda possibilità è di poter impostare l'utilizzo di un proprio server per sincronizzare i dati. Questa opzione richiede competenze e risorse dell'utilizzatore che non sono più da utente e richiede anche che il software per implementare il server sia disponibile. Di contro ci sono notevoli vantaggi dal punto di vista della sicurezza (i miei dati sono solo su miei dispositivi/server) e della continuità del servizio (se chiudono il server centrale io continuo ad avere il tutto funzionante perché uso un mio server)

Videocamera di sorveglianza via Pixabay

Sono in atto norme drastiche sugli spostamenti delle persone, praticamente in tutto il mondo, per contenere il contagio da Coronavirus COVID-19. A supporto di queste norme, che condivido, cresce la richiesta di sorveglianza straordinaria per farle meglio rispettare.

Anche su questo sono d'accordo perché la situazione è seria e bisogna adoperarsi per evitare che peggiori ulteriormente: la privacy può essere ridimensionata.

Come però fa notare il buon Bruce bisogna assicurarsi che queste restrizioni alla privacy vengano cancellate riportando tutto alla normalità una volta che la pandemia sarà finita. L'obbiettivo è, non solo di cancellare le eccezioni alle norme sulla privacy, ma di eliminare anche i dati raccolti in modo che non vengano usati successivamente per altri scopi sia da enti governativi che privati: a pandemia finita tutto dovrà essere cancellato.

Bruce Schneier non ci crede, io neppure: voi?

Interessante articolo di Bruce Schneier sull'uso dei dati personali degli IoT (per esempio videocamere di sorveglianza ma anche aspirapolvere e altro). I produttori di questi oggetti non pubblicano nulla sulla trasparenza nell'uso dei nostri dati e non commentano al riguardo quando interpellati.
Siete sempre convinti che sia bello, comodo e fantastico avere il proprio sistema di allarme, con magari videocamere interne, connesso via internet al sito del produttore?
Segue una traduzione molto libera del breve articolo di Bruce.

I dispositivi IoT sono dispositivi di sorveglianza e i produttori generalmente li usano per raccogliere dati sui loro clienti. La sorveglianza è ancora il modello di business di Internet e questi dati sono usati contro l'interesse dei clienti: sia dai produttori che da qualche terza-parte al quale il produttore vende i dati. Ovviamente questi dati possono anche essere usati dalle forze dell'ordine; lo scopo dipende dalla nazione.

Niente di tutto questo è una novità e molto di questo è spiegato nel mio (ndt suo: di Bruce) libro Data and Goliath. Quello che è comune per le aziende di Internet è di pubblicare un "rapporto sulla trasparenza" che indica almeno le informazioni generali su come le forze dell'ordine usano questi dati. Le aziende IoT non pubblicano questi report.
TechCrunch ha chiesto informazioni ad alcune di queste aziende e, fondamentalmente, ha scoperto che nessuno parla.

Via BoingBoing

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GoogleLogo.gifGoogle è buono o è cattivo?

E' da parecchio che leggo commenti in proposito e, finalmente, quello di Marco Cattaneo mi trova d'accordo su tutti i fronti!

EDIT: ho tolto il link al post di Marco Cattaneo perché il suo blog è sostanzialmente chiuso.

La questione è principalmente incentrata sui nostri dati personali che Google ha e Marco spiega bene che il fatto in se non è un problema: basta esserne consapevoli.

Considerazione altrettanto interessante quella del fatto che Google abbia capito come il vero guadagno non sia dato dagli spiccioli che potrebbe chiedere per i servizi che offre ma dalle informazioni che accumula.

Di mio aggiungo che una azienda che basa il suo guadagno sulle informazioni che spontaneamente gli utenti gli consegnano è molto più propensa a non tradire la fiducia riposta da chi fa si che i suoi affari prosperino: noi!

Non sono così ingenuo e idealista da pensare che questa considerazione basti a far sì che Google non ci giochi brutti scherzi ma sicuramente è un punto a nostro vantaggio.

Quindi usate pure tutti i servizi Google (io ho un banner pubblicitario proprio di alcuni di questi servizi: il Google Pack) ma fatelo con consapevolezza: state cedendo dei dati personali in cambio di ottimi servizi.